domenica 5 aprile 2026

Catene homemade

Se potessi vivere con la completa noncuranza di quello che gli altri pensano di me - e senza le necessarie conseguenze delle mie eventuali stranezze -  credo che potrei apparire molto diversa da come mi si vede oggi.

Per prima cosa, smetterei di tingermi i capelli. La cosa mi ha decisamente stufato, ma temo sia l'estremo cambiamento, sia la fase di transizione da un colore all'altro. Capisco perchè molte ci hanno provato proprio durante il lockdown.

Probabilmente avrei anche il coraggio di avere i capelli più corti. Non rasati, quello no, ma decisamente più corti di adesso. Il che mi fa concludere che non sarebbe un gesto di mancata cura di me stessa, visto che dal parrucchiere non ci vado mai, ma proprio di libera espressione di me.

Gli uomini queste cose, queste decisioni, ho l'impressione non facciano molta fatica a prenderle, perchè sono meno condizionati da quel che dice la gente; questo pensiero mi porta a un altro, cioè al fatto che ora mi spiego perchè le donne, quando rimangono sole per tradimento o abbandono o per loro iniziativa facciano molta meno fatica degli uomini a ricominciare: probabilmente si sentono più libere di esprimersi senza temere di essere giudicate o non apprezzate, e infatti i nuovi inizi sono spesso accompagnati da un nuovo taglio - magari drastico, o una tinta azzardata - di capelli.

Tornando a quel che farei io, credo smetterei di depilarmi in estate. Avrei meno problemi ad andare in spiaggia in costume, sebbene l'età mi abbia permesso di ignorare i pensieri ostili sul mio corpo, concentrandomi sull'esperienza del mare piuttosto che sull'apparire.

Altra cosa, metterei solo ed esclusivamente vestiti comodi. Lo faccio già quasi sempre, ma il reggiseno è ancora una trappola mortale, così come le scarpe e i jeans (e infatti sono le tre cose che levo immediatamente entrando in casa). Penso che sceglierei un bel set di pigiami come mise per uscire: un modello per ogni occasione. Sai che goduria? Ammetto che qualche volta sono andata a fare la spesa senza reggiseno; certo, avevo il cappotto, ma l'ho sperimentato come un atto di ribellione libertaria. lo sapevo solo io, ma mi bastava.

In generale, credo sia comunque tutto legato all'apparire, ma fin da quando diventiamo ragazzine siamo circondate da modelli e aspettative che ci fanno strizzare, tirare, allargare, riempire, stringere, rinforzare, lisciare. Colpa degli uomini? Io non credo. Siamo la maggioranza, siamo quelle che generano tutti, che reggono il mondo nella sostanza. Se veramente lo volessimo tutte, ci libereremmo da quelle catene. Il fatto è che siamo noi stesse a crearcele, ognuna aderendo a pochi, miseri e squallidi modelli di alcuni uomini e poi imponendoli a se stesse  e poi a tutte le altre come se fossero imperativi. 

E mentre M. si taglia i capelli anche se gli diciamo tutti che sta male, si veste come vuole, si fa crescere peli lunghissimi sulle sopracciglia, va in giro col berretto e se lo toglie solo per dormire alla faccia della gente che lo guarda e sghignazza di nascosto, insomma dispone del suo corpo come un uomo (cioè al 100%), noi perdiamo la vista togliendoci con le pinzette l'ultimo pelo rimasto che fuoriesce dal costume.

Allora guardo quel quadro famoso, quello in cui la donna che rappresenta la libertà sta al di sopra di tutti, ha i pelazzi sotto le ascelle, i capelli scarmigliati e forse anche sporchi e le tette al vento e la invidio un po'. Lei sì che sapeva il fatto suo.




sabato 28 marzo 2026

Cose di Marzo


Luce, ma anche buio.
L'avocado trasportato fuori casa, come se facesse già caldo (ma non è così).
Pensieri d'estate.
Risotti del venerdì nella pentola di ghisa.
Due gite, un ospite.
Un vestito - il primo, dopo tanto - bianco.
Ancora noci.

Mancanza di Cose

 La vita invecchiando non si fa più semplice, ma più complicata. o forse è solo per chi, come me, vive al 70% nella sua testa. Fatto sta che, in questo turbine di problemi e preoccupazioni e incapacità di stare dietro a tutto, sento tanto la mancanza delle cose. Quelle con la C maiuscola. E' per questo che ricomincerò con le 

mercoledì 19 marzo 2025

Specchi

 Sono dimagrita e ho un nuovo taglio di capelli. Tuttavia la vecchiaia è sempre lì a ricordarmi che ci sarà sempre, e sempre di più, qualcosa di me che non va proprio come vorrei. Perché la vecchiaia è quando sai che in compagnia di persone più alte si vedrà la tua ricrescita e di quelle più basse il tuo collo, che comincia a ricordare quello di un tacchino. Solo lo specchio offuscato di casa ti consola: lì ti vedi alla tua stessa altezza e, a parte le rughe, ormai antiche confidenti, nulla può farti vedere come tutto sta cadendo a pezzi. 


mercoledì 2 ottobre 2024

 

Dopo diciott'anni di onorato servizio, domani il divano arancione, che ci ha accompagnato in due case e ha resistito a una figlia e due gatti(già, non ho ancora parlato del nostro gatto Totoro, anch'esso arancione), verrà portato via per fare spazio a un altro sofà.

La malinconia è tanta, mia figlia (che fatica a staccarsi da tutto: da piccola teneva anche le etichette dei vestiti) ha anche pianto.

Nella foto si vedono, da sinistra: figlia di dieci anni ma che ne dimostra tredici in versione polpo, madre con faccia finto-buona ma che sta per grattare il fondo del barile della pazienza (abbiamo fatto la foto perchè A. non smetteva di miagolare), marito in pigiama che lotta contro il malessere dei 37.2 di febbre.

Insomma, caro divano, ti abbiamo scelto insieme, io e M., anche se il letto, una volta aperto, era la cosa più scomoda del mondo. Su di te restano le unghiate della Pippi e poi di Toto, delle macchie di pennarello mai andate via e qualcosa che dev'essere stato vomito smacchiato male o cibo, tutti regali di nostra figlia da piccola. I tuoi cuscini sono un po' scuciti, hai un odore poco piacevole e sei parzialmente sfondato, ma ho fatto delle meravigliose dormite estive su di te, soprattutto quando ero incinta.

Da quando A. è diventata così lunga, ogni volta che ci mettiamo a guardare la tv in tre è una lotta all'ultimo sangue per il dominio degli spazi. Lei non accetta di mettersi dritta e ci troviamo i suoi piedi in faccia.

Sei ancora bello e accogliente e io la capisco, sai, capisco perchè non voglia lasciarti. Se è così ci sarà un motivo, e il motivo sono io: la prima che fa fatica a lasciare andrare. Ma abbiamo diritto a cambiare.

Il nuovo divano sarà verde petrolio, più largo e soprattutto permetterà a ciascuno di noi di allungarsi in avanti, se lo vorrà. Temo un po' la seduta poco profonda, ma sono disposta a rischiare. Domani tornando da scuola lo troveremo lì, ad aspettarci.

Avrei preferito che lo prendesse un amico, per andarlo a trovare qualche volta, ma nessuno si prende la briga di venirsi a caricare un divano di due metri e mezzo.

Addio, dunque.

lunedì 13 maggio 2024

L'orto segreto


 Oggi, dopo tanto tempo, ho dato una ripulita a quello che era una volta l'orto, il giardino.

Una vita concentrata sulla routine e cinghiali pressochè stanziali nel nostro terreno mi hanno fatto dimenticare di quello che mi faceva stare bene. 

La terra, il lavoro, il tornare a casa stanca dopo aver trafficato al sole proprio attaccata a casa: improvvisamente mi è tornato alla mente che cosa, insieme alla scrittura, allevia le mie sofferenze, mi dà pace, un senso di compiutezza e dà un senso alle cose.

Ma c'è di più: coltivare la terra, lavorare, far crescere ortaggi, raccoglierli sono per me terapeutici in modo immediato e pratico. Mentre scrivere mi toglie i pensieri, li fa sciogliere e li riordina, sistemando la matassa che ho in testa aggrovigliata, l'orto, dalla progettazione alla fatica alla realizzazione è un atto creativo, anzi, procreativo.

Le fatiche danno risultati, danno compiutezza, concretizzazione di qualcosa, e questo non succede spesso nella scrittura.

Come oggi raccontavo ad Agata, che ha lavorato con me perchè è uscita da scuola piena di energie positive e voglia di stare all'aria aperta(domani infatti piove), uno dei miei sogni ricorrenti più belli e vividi è quello che ha a che fare con l'orto: apro la finestra (a volte è quella del bagno, che dà sul terreno, a volte quella di casa dei miei nonni o altra) e mi accorgo che il posto che mi ero dimenticata di avere, il mio vecchio orto dimenticato, ha dato dei frutti enormi, meravigliosi e vari; ogni suo angolo apparentemente selvatico ne è ricco e io sono così felice, estasiata, piena.

Chissà che direbbe uno psicologo di questo sogno. Forse spero che prima o poi quel qualcosa che c'è dentro di me e che soffoco da troppo tempo prima o poi venga alla luce e magari proprio inaspettatamente e in modo prorompente.

Nella mia immaginazione di bambina il mio libro preferito è sempre stato il giardino segreto, proprio nella parte in cui Mary trova la chiave e poi scopre non solo un giardino nascosto dai rampicanti, ma all'interno dello stesso giardino i fiori e i bulbi più belli sono solo coperti o soffocati, ma pronti a rifiorire nella loro sfolgorante bellezza.

sabato 11 maggio 2024

Maggio


 E fu così che tornarono le rane, e con loro il caldo, le sere tiepide, il senso di libertà.

L'estate, con il fiume che scorreva piano; l'acqua più sottile che mormorava.

Niente mi dava pace e un senso di gratitudine come il gracidare di casa mia.

Finchè torneranno le rane, ci sarà sempre speranza, sempre possibilità di ritorni, di vita.

Di notti che cullano i sogni lenti.

Quando morirò, pensatemi in una sera di maggio, e lì mi troverete.


martedì 2 aprile 2024

A

 Quest' uomo non è piaciuto il mio post.

Credo che riuscirò a sopravvivere.

Il mondo è pieno di possibilità e sono migliaia i modi di guardarlo. Oggi ne ho cambiati un paio, domani chissà.

Ora vado, che domani ricomincia la scuola.

lunedì 1 aprile 2024

Quest'uomo

 Sento impellente il bisogno di scrivere. Lo sento come un bisogno fisico, che mi si piazza in gola se non soddisfatto, e fa male.

Oggi vorrei parlare degli uomini, ma uomini è parola generica. Indica una quantità indefinita ed immensa di esseri viventi di diverse età, facce, mestieri, professioni, nazionalità. A volte ΅uomo' indica persino il genere umano.

No, uomini non va bene.

Dunque parlerò di QUEST'uomo. Così non commetterò l'errore di generalizzare e, nel caso tornasse utile, chiunque potrà applicare la categoria anche ad altri individui a piacere.

Quest'uomo è sempre stanco.

Lavora in modo instancabile o, meglio, è instancabile ma costantemente stanchevole perchè appena entra in casa o tocca qualunque superficie appena più morbida di una sedia inizia a russare in meno di un secondo, e poi si sveglia e non si è accorto di aver dormito.

Quest'uomo può permettersi di entrare nel letto alle nove e mezza di sera con la scusa ( indovinate?) che è stanco, perchè ha lavorato tanto e non ha dormito abbastanza, e il recupero del sonno perduto non arriva mai, perchè è sulla ruota del criceto e non se ne accorge.

Mentre quest'uomo si riposa guardando serie tv, gli occhi fissi sul finalmente raggiunto oblio dato dal cellulare, tutta la vita scorre intorno a lui: qualcuno chiude la porta a chiave, prepara la spazzatura per l'indomani, piega i vestiti puliti, riordina cucina e salotto, dà la decima buonanotte ai figli, la pappa al gatto e così via. A volte passa persino un'eclissi, uno sciame di lucciole, due cinghiali, ma lui ha assoluto bisogno di riposo.

Perchè quest'uomo è tanto stanco, e continua a vivere, grazie alla sua stanchezza data dal lavoro ( risatine di sottofondo), come un cucciolo che sa che, nonostante tutto, la mamma pensa sempre a lui. La casa è in ordine e al sicuro, la bambina e il gatto a nanna e le luci sono spente.

Purtroppo quest'uomo non può garantire tutto questo a nessuno se non come prestazione forzata ed eccezionale che ricorderà chiaramente di aver elargito, perchè quando è capitato di avere il ruolo che non ha ha lasciato le luci accese, la porta aperta, il freezer chiuso male e la spazzatura dimenticata. Come una figlia lasciata a scuola, ma per poco, perchè la badante non gli ha permesso di dimenticarla del tutto(mormorio di disapprovazione in sottofondo).

Io parlo solo di Quest'uomo perchè non voglo immaginare che tutti gli uomini siano così. Sicuramente, come mi ricorda Quest'uomo, c'è di peggio, molto peggio; ma non sarebbe giusto crescere e vivere pensando di meritare il meglio e non il così così? Allora mi chiedo: sarebbe stato meglio nascere lesbica? Non sarà mica il caso di fare esperienze per verificare di non essermi sbagliata anche su quello?

Credo che quest'uomo non sarà felice di leggere questo post, e avrà da puntualizzare con sarcasmo che ci sono delle imprecisioni o uno sguardo eccessivamente negativo che distorce il tutto, ma un po' sarà anche felice per me, perchè finalmente ho sputato quella nocciolina che avevo in gola e che mi dava così fastidio. (E se non lo sarà, chissenefrega)

E mentre la casa è in ordine, i muffin in forno sono già cotti, la figlia dorme, la porta e la finestra sono chiuse e quest'uomo (ma dai?!) dorme e russa sul letto con il cellulare che continua a trasmettere cose, io mi sento finalmente così bene qui seduta sul divano, con il mio vecchio pc e la lucina accesa a scrivere, di nuovo, finalmente.

Così bene che sento che tornerò presto.



lunedì 14 febbraio 2022

Lettere in tempo di Covid

Cari insegnanti di Agata,

vi ho affidato mia figlia nel settembre 2020 sapendo che eravate bravi insegnanti, sia dal punto di vista umano che didattico.


L'ho fatto nonostante, a settembre, avessi saputo che sarebbero state necessarie le mascherine a scuola e mia figlia non sarebbe stata contenta; l`ho fatto anche con un po´ di apprensione,  immaginando che la scuola come gliela avevo sempre descritta e per cui lei aveva ereditato una grande aspettativa non sarebbe stata lì ad accoglierla. 

Agata è uscita a pezzettini dal lockdown: arrabbiata, preoccupata, isolata, depressa. La notte piangeva chiedendomi quando sarebbe finita e io non sapevo cosa risponderle. Pensavo che non ero in grado nemmeno di rassicurarla e non sarebbe bastato dirle di vivere alla giornata o riempirgliela con attività ludiche e ritmi scanditi da un cartellone fatto in casa.

Dopo un paio di mesi di tic e strani comportamenti, con l´aiuto di una psicoterapeuta ne è uscita, ma la rabbia e il disgusto nei confronti di quello che ha subito le sono rimasti.

Avevo lavorato un anno con voi, maestri, e, difetti caratteriali a parte (chi non ne ha, in fondo?), come una certa tendenza all´ansia, ho visto che eravate dei buoni candidati per fare da guide per lei per i successivi cinque anni.

Lei, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Lei, intelligente, sensibile, refrattaria ai cambiamenti, grande lettrice, giocatrice di lego e di bambole, contestatrice, vegana convinta e mangiatrice di gelati fondente e fragola.

Inaspettatamente, tutto è iniziato meravigliosamente. Guarda cosa ho fatto, mamma, voglio vedere i miei amici, che bella la scuola, quando arriva lunedì?

Poi il maestro ha cominciato a chiamarmi e a dirmi che non sapeva come fare, perchè mia figlia non voleva proprio mettere la mascherina, e si avvicinava (orrore!) agli altri e alla sua migliore amica, che non sente ed è senza.

Abbiamo dovuto farle dei discorsi, che la scuola è così e le regole sono quelle, e lei ci chiedeva perchè, allora, ai giardini si poteva non usare.

Abbiamo dovuto reggere il gioco a una ingiustizia.

Il fine settimana è diventato il momento atteso per cinque giorni.

Da quel giorno, periodicamente esce da scuola e sfoga il suo disappunto e la sua frustrazione. Piange in silenzio. Una volta è stata messa in castigo perchè non teneva su la mascherina.

E io, come nella primavera 2020, mi sento impotente. 

Che cosa dovrei dirle, che finirà presto?

Lo sappiamo che prima o poi tutto passa, ma quando?

Non ho una data, e non ho neanche la garanzia che non succederà mai più. 

Vorrei portarla sulla luna, e dirle: guarda, amore, qui non ci sono nè gel, nè distanziamento, nè mascherine.

Ma sulla luna, come in un altro paese estero dove le regole sono diverse, o in una scuola parentale, non ci sarebbero le cose che lei ama di più, e soprattutto le persone.

Non ci sarebbero i suoi compagni, ma anche voi, cari maestri.

Di fronte alla scelta, che mai le imporremo, tra una scuola nuova con contatto e calore umano e una con gel e mascherine ma con i suoi legami di un anno e mezzo lei sceglierebbe comunque la seconda opzione, e soffrirebbe comunque.

Perchè Agata è così.

Oggi scarico la pagella di seconda, primo quadrimestre (non più ritiro, perchè non esiste più, dopo il covid, il rito del confronto con gli insegnanti del ritiro della pagella) e vedo quanti avanzati ci sono. Tantissimi.

Convinta che il giudizio sia comunque più importante e descrittivo rispetto ai livelli(fino a un mese fa ero un insegnante anche io, lo sono stata per ventun anni), scorro rapidamente in fondo.

Leggo: "Il comportamento è corretto. Agata è responsabile, ma talvolta non rispetta alcune delle norme che disciplinano la vita della scuola"

Tutto qua. il comportamento di Agata ridotto al suo atteggiamento nei confronti delle mascherine e del distanziamento, che chiaramente si rifiuta di rispettare.

Ora vi chiedo, cari maestri: vi siete chiesti cosa sarebbe stata mia figlia in quel trafiletto senza le regole del covid, regole che nessuno al mondo avrebbe normalmente accettato in una situazione di logica normalità?

Vi siete mai chiesti cosa sarebbe stata la scuola senza il covid per mia figlia e per gli altri bambini?

Con quale entusiasmo sarebbero arrivati in classe? Quali abbracci vi sareste presi da loro? Quali carezze avrebbero preso loro da voi, senza queste assurde regole? 

Quanti gesti di genuina spontaneità, come prestarsi i colori, passarsi la palla, festeggiare abbracciandosi e altro ancora?

Tu, maestro, non fai nemmeno cantare tanti auguri ai compleanni. E tu, maestra, ti scansi quando Agata cerca di abbracciarti.

Cammino per le strade e vedo gente con la mascherina ancora adesso, che hanno detto che si può togliere. Gente nel nulla, o sola in macchina.

Se questo è stato fatto agli adulti, vi immaginate cosa può essere stato fatto a un bambino?

Non credo che leggerò quella parte della pagella ad Agata, ma sappiate una cosa: preferisco che mia figlia abbia un giudizio che non avrebbe mai dovuto prendere sulla pagella che avere  un bambino che si è adattato tanto alle regole da non poter fare a meno della mascherina o di disinfettarsi le mani anche quando non è prescritto.

Hanno fatto un danno enorme a questi bambini, e voi siete stati complici, per non avere mai dissentito, e come non avete dissentito ora neanche quando vi hanno detto di controllare un qr code per far accedere un alunno a scuola.

Lei, Agata, vi ama comunque. Ma non sa come avrebbe dovuto essere.

Io non vi perdono, maestri.

venerdì 14 gennaio 2022

Cosa sono io


In questi giorni in cui c'è un'alternanza, dentro la mia testa, di compressione e rivoluzione, mi capita spesso di chiedermi chi sono.

Sono quello che rappresento? In questo caso, una brava maestra, una persona cordiale, una madre e moglie, una vicina di casa? Una collega creativa e disponibile?

Sono quello che faccio? Una maestra elementare, una che si occupa (spesso in maniera trasandata) della casa, in modo più accurato della propria figlia?

Mi guardo allo specchio e penso a quello che mi disse una volta mia madre.

Che lei si sentiva sempre lei, lo stesso modo di pensare, di sentire, le stesse idee e percezione interiore di quando era ragazza. Poi si guardava allo specchio e c'era una signora di una certa età. Solo la pelle era cambiata.

Forse, dopo un po', non ci si guarda più veramente, allo specchio.

Ci si passa solo davanti più che altro per controllare che sia più o meno tutto a posto, ma non ci si studia più tanto, come quando si doveva imparare a conoscersi, controllare di poter piacere agli altri e a se stessi da ogni angolatura.

Ci si passa soltanto perchè non si ha più bisogno di tutto questo, ma anche perchè si ha paura, un po', di soffermarsi troppo e rischiare di non riconoscere più quella persona in cui ci si era identificate anni prima, quando conoscersi era l'obiettivo primario della nostra vita.

Il corpo è un contenitore e tale deve essere. Lucidato, curato sì, ma quello che siamo non è più lì, riflesso. 

Quindi, chi sono io.

Al momento, quello che sono non lo so; sono in divenire, come tutte le cose.

E se facessi qualcosa che spezzasse ogni idea che avevo di quello che sono? 


Al di là del mio aspetto, dei miei modi di fare, delle mie espressioni, delle rughe vecchie o nuove so che, in ogni caso, è necessario che per essere me stessa segua il flusso e il mio personale sentire.

Senza questo, senza fare quel che sento che in cuor mio è giusto, io non sono nessuno.


 

giovedì 2 settembre 2021

Tempi bui

 


In questi tempi bui è difficile stare al mondo. Per una come me lo è tanto. Ogni passo uno spigolo, e manca la pace, manca il riposo. Quel momento di serena innocenza, in cui guardi al futuro con idee e progetti. In cui respiri libero. in cui le anime vibrano in armonia con le altre.

Ecco, di questi tempi la voglia di rintanarmi è forte. Di scappare, anche. Trovare un posto, un ambiente, in cui ci sia libertà, empatia, rispetto, amore. Un posto in cui stare con gli altri non implichi un confronto spesso doloroso. Una zona di comfort, insomma, almeno nella fantasia, ma fatico a trovarla.

Ogni tanto cado nel pensiero cupo del mondo e di quello che il futuro riserverà ad Agata. Mi dico, ci abbiamo messo così tanto tempo a farla e ora che mondo le restituiamo? A cosa dovrà assistere ancora? Cosa la aspetta?

Ma poi penso anche che la sua luce, forse, tenderà naturalmente a cercarne altre, e si uniranno tra loro, fino a inondare tutto, e mi acquieto un po'.

Per ora resto. Non scappo, non ne sono in grado. Credo che non sia il momento per me di uscire dalla corrente, perchè il mio fiume è proprio quello in cui nuoto. Cercherò di fare del mio meglio per dare il mio contributo in modo autentico.

Spero di non affogare.

Un saluto


Il 21 marzo, alla fine dell'inverno di quest'anno, la Pippi ci ha lasciati. Aveva quindici anni, abbiamo scoperto dai nostri vicini che l'hanno vista nascere, e noi credevamo ne avesse tredici.

Un tumore alla vescica. problemi di tiroide. Insufficienza renale, chissà.

Io ho iniziato a piangerla già almeno un mese prima, quando l'ho saputo. Non posso però dire che sia stato uno shock improvviso. Avevo cominciato a guardarla, in questi ultimi anni, e a pensare che non sarebbe stata con noi per sempre, così me la godevo. 

Non è stato così per Agata. Lei con la Pippi ha sempre avuto un rapporto da sorella gelosa e ha sempre negato la malattia e l'arrivo della morte e il suo addio le ha provocato rabbia e negazione. Ha iniziato solo un mese fa ad elaborare il lutto. Di lei ha voluto conservare un gioco che aveva voluto comprarle, e che è ancora lì, sul davanzale della finestra del salotto, il posto preferito della Pippi, dove stava soprattutto quando eravamo fuori, come se da lì potesse osservare il momento del nostro arrivo.

Ci sarebbero tante cose da dire e da raccontare, ma correrei il rischio non voluto di perdermi in dettagli troppo poco importanti. Così finalmente mi decido a fare quello che non sono riuscita a fare, il suo elogio funebre. Lo meritava, e noi siamo tenuti a ricordarla. Glielo dobbiamo.


Cara Pippi, ti ho voluto bene. Ti abbiamo amato tantissimo. Io dicevo che eri la reincarnazione di mio nonno, M. non ha mai amato un animale come ha amato te e Agata, beh, l'abbiamo già detto.

Sei arrivata nelle nostre vite piano piano, e ci hai scelto, mi hai scelto, in uno dei momenti più delicati della mia vita. Io non ti volevo, non volevo responsabilità, nè affezionarmi. Ho cercato di mandarti via, te ne ho fatte di tutti i colori per evitare di legarmi a te, ma niente. Tu sei rimasta. Ti sei fatta carico dei nostri momenti difficili, delle nostre malattie. Sei stata onnipresente nella nostra esistenza e nella mia gravidanza, e hai sofferto fino a quasi allontanarti quando è nata Agata, ma hai imparato a volerle bene e a fartene volere. Ricordo tante cose di te. odori, suoni, sensazioni tattili che spero non mi abbandonino mai.

Ogni volta che mi trovavi seduta mi salivi in braccio, non importa cosa stessi facendo, e ti accoccolavi. Sbavavi sui maglioni, mentre "puppavi", e poi puzzava tutto.

Avevi una zona un po' spelacchiata davanti alle orecchie, dove i peli crescevano pochi e ispidi. Ogni tanto ti toglievo il cerume dalle orecchie, ne avevi una con e una senza. Anche il muso era diviso a metà: sotto un occhio avevi il contorno nero, come ti fossi truccata.

Ricordo ancora. 

Il tuo naso rosa e secco. L'odore dei tuoi polpastrelli che mi piaceva così tanto. Il tuo miagolio sgraziato. Il rumore dei tuoi passi nei galoppi notturni in corridoio.

Detestavi restare sola. La notte, qualche volta, piangevi in cucina come in preda al panico, e solo quando ti sentivi chiamare ti calmavi e arrivavi nel letto.

Ti piaceva infilarti sotto le coperte a tradimento, fare gli agguati sul letto, dormire sulle nostre pance, salire sul tavolo e sul frigorifero.

Sapevi parlare, e non ci credeva nessuno.

A volte per sentirti più parte della famiglia mangiavi con noi. Hai mangiato il minestrone e anche le mandorle tostate.

Avevi un alito terribile.

Ti piaceva più la compagnia degli umani che degli altri gatti e forse è stato il motivo che ti ha spinto a lasciare la tua prima casa e a venire a stare da noi.

Ogni volta che uscivo di casa e andavo nell'orto mi seguivi come un cagnolino e galoppavi letteralmente. Eri felice.

Hai ucciso, per noi, un pettirosso, un ratto e tramortito un serpente.

Quando stavi per andartene ti sei allontanata piano piano, per non disturbare, a poi ci hai salutato tutti. Lo hai fatto davvero.

Nelle ultime sere passate insieme venivi in braccio mentre leggevo la storia ad agata e lei, così gelosa del suo momento, ti faceva stare. Sei andata persino a salutare i tuoi ex padroni. Sei salita in braccio a tutti noi, per congedarti nel modo migliore.

 Ti abbiamo amato tanto, e ci manchi continuamente. So che la mancanza diminuirà, e che si trasformerà in ricordo amaro, e poi in ricordo piacevole. Ma nei nostri cuori non sei mai morta, perchè hai fatto parte (e ne fai ancora) della nostra famiglia.

Spero di rincontrarti, un giorno.

Grazie.






lunedì 2 settembre 2019

vecchi amici

Due anni. Guarda caso, di nuovo a settembre.
L'estate non è sempre una vacanza quando si è da soli a fare tutto, neanche per una che, come me, ha due mesi di ferie.
O forse sono io. Complicata, arzigogolata, poco easy, per niente fluida. Il risultato però è lo stesso. Io arrivo a settembre ridotta come un calzino appallottolato.

Questa è la mia ancora, il mio salvagente. Quando le cose si fanno difficili, quando mi sento affogare o il mio corpo e la mia mente gridano aiuto, riesco in genere a trovare un modo per uscirne, o almeno ci provo.E la scrittura è il mio soccorso. Un modo per esternare, per mettere ordine nei pensieri. Per renderli concreti, palpabili. Per giocarci e prendere le cose più alla leggera o, al contrario, dare loro il peso che meritano. Per avere una buona scusa per stare sola con me stessa, un momento di pace e coccola. La mia terapia.
Ogni volta che cerco il mio salvagente vorrei che questo mio rapporto, che dura da quando ho iniziato a scrivere, diventasse regolare, se non proprio quotidiano. Forse, penso, non mi ritroverei periodicamente a boccheggiare.
Non so.
So soltanto che questi cinque minuti scarsi di primo mattino, in cui ho deciso di strisciare giù dal letto mentre tutti dormivano, è già un regalo, e io mi sento un pochino meglio, come dopo una chiacchierata con un vecchio amico.

giovedì 7 settembre 2017

La via comoda

L'altro giorno, mentre passeggiavo nella via dove ho vissuto con i miei genitori per tanti (forse troppi) anni, mi è venuta in mente un'immagine: io, in autunno, raggomitolata sul divano con la coperta addosso, a mangiare porcherie e guardare tv spazzatura, tipo Amici, tanto per dire.
Premetto che Amici non l'ho mai guardato in vita mia, forse l'hanno fatto mia madre e mia suocera, ma quell'immagine aveva un che di caldamente, profondamente rassicurante. Affogarsi negli zuccheri e nei grassi saturi, isolati dal mondo, in assuefazione alimentare e avulsi dalla realtà grazie ad un programma del genere apparentemente rende la vita più mielosa, dolce, confortevole. Ti senti protetto, al sicuro. Niente ti può toccare e non sei minimamente interessato a quello che succede intorno a te.
Non so perchè, ma a quell'immagine, per un attimo, mi è venuta l'acquolina in bocca.
La mia vita e la mie scelte, se viste dalle persone che mi ruotano intorno, sono costellate di rigidità e rinunce (forse un po' incoerenti, a tratti, ma pur sempre tali). Prima dei trent'anni sono diventata vegetariana, poi ho tolto il glutine per degli esami sballati e ora, per problemi di salute e non solo, persino i latticini e lo zucchero. Mi diletto in cucina vegana e crudista, yeah.
Vivo in una casa scomoda, in cima a una salita, in campagna, e la casa sarà pure naif ma tutt'altro che in ordine e ben ristrutturata. Non mi compro mai vestiti, sono spesso sola e senza aiuti, non mi piace - per ovvi motivi - mangiar fuori, mi ancoro facilmente a ritmi da pensionata, tipo andare a letto presto la sera.
Non parliamo delle scelte fatte per mia figlia, uno scandalo sociale. Pannolini lavabili, niente carne neanche per lei, allattamento a termine, fascia al posto del passeggino. E altre scelte ben più radicali.
Eppure, giuste o sbagliate, belle o brutte che siano, queste sono scelte dettate dalla consapevolezza. Forse cambierà, si evolverà, si rincagnerà su se stessa, mi si ritorcerà contro, ma è la mia consapevolezza. Quella che ti viene quando  spegni la tv e cominci a guardare. Respirare, guardare, ascoltare. Te stesso, il tuo respiro, il mondo e l'umanità che ti circonda, e quello che c'è dietro.
A quel punto ritornare sotto le coperte al calduccio è una tentazione, ma ormai hai visto, hai ascoltato. Ti ci infili, ma non riesci a rilassarti. Ormai non puoi più. 
E allora che fai? Scegli, tuo malgrado - ma poi provi un senso di pace e completezza - la via scomoda.
Quella fatta di marmellate con poco o senza zucchero, pane integrale invece del pane bianco, fagioli invece della bistecca. Occhiatacce, commenti sgradevoli, sguardi di sufficienza. Piaci un po' meno, e per me è stato un problema.
Ma piaci di più a te stesso.
Ogni tanto, lo ammetto, chiudo gli occhi e ricordo, come fosse un sogno, quella vita là. Avevo l'impressione di sentirmi protetta, ma non lo ero. Mangiavo quello che mi propinavano, ma non vedevo cosa c'era. facevo quello che facevano tutti, ma non sapevo perchè. 
Adesso sotto le coperte mi ci metto ancora.
 La tv, quella coi canali, non la guardo più, ma vedo film e cartoni con la mia bambina e con mio marito, oppure sola. Sono sempre comoda, accoccolata sul mio divano arancione, ma un po' più vigile.
 La via comoda la lascio agli altri, io ormai sono sveglia. E, nonostante le apparenze, felice.

martedì 15 agosto 2017

Ho cominciato a piegarmi le mutande

Sì. Perchè, negli ultimi due anni, nel momento della raccolta del bucato e del suo smistamento (sì, perchè di stirare, camicie a parte, non se ne parla, figuriamoci in estate), ho sempre fatto così: piega accurata dei boxer di mio marito, piega delle mutande di mia figlia, sistemazione nei cassetti. I miei slip? Ma chissene, cacciamoli nel cassetto così come sono.
Oggi, nell'esercizio della massaia-zen quasi consapevole, mi sono detta: ma perchè proprio le mie devono essere cacciate? E ho iniziato a piegarle.
E' un buon segno. Segno di cura per me, oltre che per gli altri componenti della mia famiglia. Era ora.
Da oggi, facciamo domani, metterò più spesso gli orecchini, mi passerò il filo interdentale con regolarità, mi darò sovente la crema idratante.
W me!

lunedì 25 aprile 2016

due anni

Due anni. questo ci vuole per tornare del tutto in sè, dopo la nascita di un bambino. Un anno per rimettersi in sesto fisicamente e psicologicamente, due per tornare più o meno "intere". Un pezzettino di quello che ero se n'è andato, uno enorme è stato guadagnato. Impossibile fare paragoni con la vita di prima. Quel che è certo è che ora che Agata ha compiuto due anni sento tornare desideri ed energie per qualcosa di "altro" da lei, in cui magari anche coinvolgerla, ma che siano davvero per me. Mia figlia resta il centro attorno a cui tutto ruota, ma da questo centro partono adesso satelliti motivazionali di diverso genere, e il centro non può che arricchirsene. 
Dopo due anni, ho di nuovo non più il rimpianto e il semplice languore, ma un moto di interesse per l'orto. Uno per la scrittura, di cui ho strenuamente bisogno, e poi chissà cos'altro arriverà e chissà cosa tornerà. 
bentornata a me. :-)

mercoledì 30 luglio 2014

il cordone

Sono arrivata all'ospedale dopo essermi informata dei danni conseguenti al taglio precoce del cordone ombelicale e con un foglio con su scritto che avrei voluto che aspettassero almeno che smettesse di pulsare. Il foglio è rimasto nel borsone perchè siamo arrivati a pelo e quando è nata Agata l'infermiera gliel'ha tagliato immediatamente e al mio cenno di aspettare ha fatto segno di non capire perchè. In realtà M. ha provato a dire no, ma in quel momento sembrava che io avessi un'emorragia e avevo capito che aspettare a tagliare l'avrebbe peggiorata, così ho lasciato fare (tanto l'avrebbero fatto comunque). Ci sono cose che non ho potuto controllare, nonostante l'avessi scritte nel foglio del parto. E' la conseguenza di partorire in ospedale: quando ti affidi ad una struttura sanitaria, il prezzo da pagare per una presunta sicurezza è il mancato controllo di ciò che sta avvenendo. Il tuo corpo non è solo tuo.
Pazienza, ho pensato. Agata avrà tutto il tempo di recuperare e l'alimentazione bilanciata che abbiamo a casa non le permetterà di perdere troppo ferro una volta svezzata.
Solo che il taglio precoce del cordone ha agito su di me in modo profondo. Le prime settimane in cui siamo state a casa avrei avuto bisogno di lasciarla andare gradatamente, secondo i miei e i suoi tempi, ma non è stato sempre possibile. Troppe visite, parenti, gente. Avrei voluto stare in isolamento noi tre per un po', ma mia suocera il giorno delle dimissioni si è precipitata a casa nostra ed ha passato un'ora sul nostro lettone, dove io stavo allattando, guardandoci tutto il tempo e facendo commenti persino sul mio seno. 
Ormai quel cordone mentale ha cominciato da tempo - come è giusto che sia- a sfilacciarsi, ma devo ancora superare quell'invasione di campo che, mi spiace dirlo, solo M. avrebbe potuto - e dovuto- arginare.

martedì 29 luglio 2014

Io e Agata



Quasi tre mesi e mezzo, ed ecco che ritorno.
Troppe cose, sensazioni, emozioni. Tornerò piano piano, poco a poco.
Per adesso mi basta essere tornata, senza dire niente. 

martedì 1 aprile 2014

Un tavolo nuovo

Dopo un paio di mesi di attesa, finalmente è arrivato il tavolo nuovo che abbiamo fatto fare da una ragazza-falegname. Ne avevamo bisogno. Quello vecchio aveva le gambe instabili, tutte graffiate dal gatto, era appiccicoso per un lavoro di restauro mal riuscito ed era davvero troppo piccolo.
L'avevamo comprato diversi anni fa, quando siamo andati a vivere insieme per la prima volta, in un mercatino dell'usato per meno di 60 euro, forse 40. Da allora tutte le nostre cene, giochi, chiacchiere, anche qualche litigio si sono svolti intorno ad esso. Ci abbiamo corso intorno, preso cioccolate calde, fatto colazione, mangiato risotti, sgranato piselli, giocato col gatto; io ci ho cucito a macchina, M. ci ha suonato accanto, la Pippi ci ha fatto lunghe dormite attaccandoci i suoi peli. Tutte le cose e le decisioni importanti della nostra vita sono avvenute non distanti dal nostro vecchio tavolo, che forse ha assorbito in quel legno poroso l'essenza delle nostre vite.
Ora è di sotto, in cantina; non l'abbiamo mandato del tutto in pensione e non ce ne disferemmo mai. Forse ospiterà qualche tè del pomeriggio dopo un weekend di lavori nell'orto, o qualche colazione di ospiti inattesi e segregati al piano di sotto per la notte.
Al suo posto impera, in cucina, un nuovo tavolo fatto di assi lunghe e diverse. Anche questo ha già una sua storia, perchè fatto di legno di recupero. Le gambe sono di ferro, così non potranno più essere scambiate dal gatto per una lima per unghie, e la finitura è più leggera, non appiccicosa. Ci stanno le tovagliette -finalmente!- e volendo ci si sta in otto a mangiare. Come ogni fascinoso estraneo, lo guardiamo a giorni alterni con interesse e diffidenza: a mangiarci in due ci sentiamo lontani, ha un odore non familiare e il ferro delle gambe, dentro cavo, risuona con le note acute del flauto.
Ormai, però, fa parte della nostra casa e piano piano farà parte di noi. Sopra o intorno, immagino pranzi con amici che non abbiamo mai potuto fare per problemi di spazio, nuovi post scritti sul mio blog, piccole scamiciate cucite a macchina, concerti improvvisati con i musicisti del gruppo e, soprattutto, qui a capotavola, un esserino saldamente agganciato con una seggiola che allunga le manine e tocca, assaggia, lancia il cibo che trova sulla tavola.
Nuovo tavolo, una storia che continua.