domenica 5 gennaio 2014

Inconvenienti

Eccoci qua, io e mio marito, a casa in un pomeriggio d'inverno in cui, finalmente, il meteo ha iniziato a dare un po' di tregua. La stufa è accesa, la coperta sulle ginocchia, il gatto fa le fusa sul divano, io sono a casa dal lavoro per maternità e M. per il ponte.
Sembrerebbe tutto perfetto se non fosse per un piccolo dettaglio: M. ha preso la varicella.
Dove, non si sa, ma la mia diagnosi ha preceduto quella della guardia medica, che all'inizio non ci voleva credere e non è venuta a visitarlo, ma poi si è fatta vedere e l'ha confermata.
Da tre giorni ha febbre altissima che non scende per più di mezz'ora e da ieri sera la sua faccia e il resto del corpo sono mostruosamente ricoperti da pustole rosse e purulente. Passiamo le notti quasi in bianco, lui per il malessere, la febbre, i brividi e io per le pezze bagnate, i suoi lamenti, il termometro, la tachipirina da prendere. Per non parlare della pancia, che comincia a pesare e tira come se tutti i muscoli fossero annodati e sempre in tensione. 
Insomma, lui sta male e gli salteranno un sacco di programmi per quindici giorni, prove del disco comprese, e io...beh, non posso nemmeno godere della sua presenza a casa. Niente baci, abbracci, uscite e nessuno che mi dia una mano in casa, proprio adesso che ne avrei più bisogno. Mi tocca di nuovo portare la spesa, caricare la legna per la stufa, lavare per terra e così via. C'è di peggio eh, ma potevamo farne a meno.
Intanto cerco di riorganizzare la mia nuova vita senza scuola: tra i prossimi corsi in piscina e al consultorio, lo spostamento di alcuni mobili, i tentativi di cucire un paio di fasce e bavaglini e l'acquisto di cose utili ad Agata approfittando dei saldi non sembra che avrò molto tempo per annoiarmi.
Ah, dimenticavo: forse alla fine di tutto avrò un marito nuovo, più magro e deturpato, e io mi sarò iscritta alla facoltà di medicina.

domenica 22 dicembre 2013

Tempo di attese, fini e inizi

L'inizio del mio stop al lavoro per maternità coincide col giorno più corto dell'anno, il solstizio d'inverno. Apparentemente sembra l'inizio del periodo più buio, ma in realtà da questo momento in poi le giornate cominceranno ad allungarsi gradatamente, per fare riaffacciare il mondo alla primavera e alla rinascita.  Quale momento migliore per "covare" e prepararsi alla nascita di un bambino?
Sono stati, questi appena trascorsi, i giorni più faticosi e stressanti dell'anno, ma anche i più intensi e commoventi. Ho salutato i miei alunni, preparato recite, impacchettato biglietti e lavori natalizi, compilato documenti e registri, svuotato mezzo armadio a scuola. Giravo con un elenco di cose da fare per paura di scordarmene qualcuna. Per completare l'opera, ho accatastato sette quintali di legna e poi fatto le pulizie di primavera, estate, autunno e inverno a casa e mi sono spezzata la schiena sul divano letto perchè M., che per qualche tempo è stato via, ha invitato da noi per qualche giorno degli americani. Quando ormai ero sull'orlo dell'esaurimento, mi sono resa conto che avevo finito di fare tutto il dovuto e che i miei alunni mi stavano ricoprendo di affetto, regali, biglietti, lacrime (che non mi sono risparmiata neanch'io, e proprio davanti a tutti, genitori compresi).
Insomma, roba grossa.
Adesso mi sono presa due giorni per riposarmi e dormire un po', e sento di averne proprio bisogno.
Temevo di annoiarmi, una volta messo lo stop, ma mi ritrovo già ad avere l'ansia di non riuscire a fare tutto quello che ho in programma per la nascita della bambina.
Sono tre mesi che lavoro a una copertina e sono arrivata soltanto a metà!

sabato 7 dicembre 2013

Babbo natale e compagnia bella

E' difficile, in genere, che mi metta a pensare a quando la bambina (Agata? Margherita? A me piacevano Rachele, Nora e Olivia, ma M. rotea gli occhi e ripete Agata come un mantra)sarà già nell'età della ragione.
Oggi, però, mentre mi mettevo a fare l'albero, pensavo a queste cose e mi chiedevo se comportarmi come si sono comportati i miei genitori con me (cioè come la maggior parte, penso) sulla faccenda di Babbo Natale, oppure cambiare rotta. Quando, spinta dalle insinuazioni dei compagni di scuola, ho chiesto spiegazioni in merito, i miei hanno risposto che Babbo Natale viene finchè ci credi, ed è quello che puntualmente dico ai miei alunni che mi pongono la tremenda domanda.
 Io, comunque, ho avuto un'infanzia magica, e il Natale era una delle espressioni di quella magia. A dir la verità aspettavo Gesù bambino (andavo dalle suore), il che forse aumentava l'inspiegabilità dei doni ma anche il senso mistico della cosa, e la sera della vigilia portava una carica di attesa incredibile. Andavo a dormire, chiudevo la porta e mia mamma lasciava le luci dell'albero, nella stanza accanto, accese tutta la notte. In quella luce giallina che vedevo attraverso il vetro zigrinato della porta si compieva la magia, e la mattina dopo mi ritrovavo davanti all'albero pieno di regali intorno, tuffandomi ancora all'alba, sola, a scartare i pacchi.
Un po' vorrei che nostra figlia godesse di quella magia e di quel presunto miracolo, ma il Natale ultimamente ha assunto sempre più i connotati della celebrazionbe dell'acquisto, dell'avere tutto per forza, e per i bambini, diventati oggetto di pubblicità mirate, un pretesto per chiedere e dare tutto per dovuto. Certo, se sapessero che i regali li facciamo noi ci toccherebbe pure spiegare perchè non glieli abbiamo comprati come li volevano. 
Solo che non riesce ad andarsene quella vocina nella mia testa che mi ripete che è una fregatura, che è una bugia che si protrae troppo a lungo, molto peggio degli elfi o delle fate o del topino dei denti (che arriva solo finchè li perdono!). E poi chi ha detto le le fate non esistono??
Ma come far crescere una bambina senza la bugia del Natale, ponendole pure il veto di dirlo ai coetanei che ci credono? Eliminare il Natale non si può e non voglio, ho visto bambini testimoni di Geova soffrire troppo, se non per la privazione, almeno per il non potersi lasciare andare di fronte ad uno stimolo così potente.  Io non sono religiosa ma il senso del Natale per me è una cosa irrinunciabile.
Così ho pensato ad un'alternativa: perchè non fare il Natale così come lo facciamo a casa io e M.? Per noi è magico anche se non c'è Babbo Natale, ed il momento migliore è quello che passiamo io e lui, davanti all'albero, la sera della vigilia. Prima di andare dai parenti e farci travolgere dalla fiera del consumismo, delle liti coi genitori e dalla kermesse dell'ingrasso, noi due ci scambiamo i regali davanti all'albero, a cui lascio per un giorno le luci accese di continuo. 
L'aria frizzante, gli addobbi, l'albero, la musica, l'intimità e l'amore sono le cose che danno la magia, e un giorno potremmo rivivere questi momenti con la bambina, noi tre, magari senza vedere i parenti, per quella sera, come facevo io coi miei. Allora il piacere di stare insieme, di cucinarci qualcosa di buono e di scambiarci un regalino semplice, o fatto a mano, prima noi  e poi anche lei, se e lo vorrà, daranno da soli (se proprio soli si vuol dire) il vero senso del miracolo.

venerdì 8 novembre 2013

Lasciar andare

Mancano una quarantina di giorni al momento in cui mi fermerò dal lavoro(o, almeno, così avrei deciso). Quaranta giorni al momento più buio dell'anno e all'inizio di una fase di cova e intimismo ben diversi dal modo in cui sto vivendo ora. Calma, tranquillità, tempi rilassati, pochi e pacati rapporti sociali: quello che ho sempre desiderato ora mi atterrisce, ora che mi sto assuefacendo piacevolmente al chiasso della scuola e alle levatacce. La quinta è divertente, rilassante: ormai si è alla fine, ci si vuole bene, i rapporti sono sciolti, fluidi e ci si può permettere qualche sgarro alle regole e cose e discorsi "da grandi".
Quello che chiamo lavoro non è un lavoro, ma sono relazioni, rapporti, affetti, progetti. Il pensiero di lasciare i bambini che ho seguito per quasi cinque anni, ma anche lasciare tutti i progetti che avevo (specialmente di italiano e musica) in mano ad un'altra persona, che difficilmente li seguirà perchè non sono i suoi, mi angustia un po'.
E poi c'è IL problema: l'insegnante che forse mi sostituirà non sembra proprio averne voglia (figuriamoci l'entusiasmo) e non sa la grammatica. Non che abbia bisogno di un ripassino, i dubbi li abbiamo tutti, no: proprio non la sa. E non ammette di non saperla, il che sarebbe già qualcosa. 
Prevedo disastri colossali e mamme che si mobilitano e mi telefonano o vanno dal direttore e mi spiace per questi bambini che avrebbero diritto ad essere accompagnati fino alla fine se non dalla stessa persona almeno da una persona valida e in grado di sorreggerli.
E' difficilissimo lasciar andare; non mi ero mai figurata come qualcos'altro che non fosse l'essere me-e-basta, fatta come sono, con i miei interessi, difetti, passioni e pensieri. Ora non sono più solo me e basta, ma sono due, e l'interesse di chi ho dentro viene prima di tutto. Forse questa bambina non è arrivata prima perchè non ho trovato prima lo spazio interiore dentro di me. Adesso, però, per lasciarla crescere dovrò imparare a farle altro spazio, imparare a lasciare andare tutto il superfluo e anche quello che prima non mi  sembrava affatto superfluo, ma importante ed essenziale.
Che poi sarà un lasciare andare come l'acqua sul fondo del fiume: la fai scorrere tra le mani ma quello che ti resta in mano, i detriti, più pesanti, sono quello che conta. Il fatto di saltare un quadrimestre non mi potrà mai togliere il segno che ha lasciato su di me ogni singolo bambino di questa classe, l'ultima prima dell'arrivo di mia figlia.
Che non ha ancora un nome, ma i miei alunni, entusiasti, mi hanno già rifornito di una serie di elenchi non appena ho dato loro la notizia.

domenica 27 ottobre 2013

pomeriggio e uggio

Eccomi qui, stufa accesa e pioggerellina senza fine fuori, a pescare dal barattolo della pasta di sesamo con un cucchiaino, e a passare una giornata intera nell'ozio totale. Gli unici sforzi sono stati farmi l'hennè, preparare le lezioni e bollire un cavolfiore. Questa settimana è stata lunga e impegnativa e, anche se avrei preferito una bella giornata di sole e una passeggiata in compagnia, oggi ho deciso di recuperare le energie. M. ha tenuto un corso di flauto a Palermo per tutto il we e, dopo aver visto un'amica ieri e aver fatto, venerdì, delle improbabili pulizie autunnali, oggi sono in siesta, sola.
Non sola, per la verità, ma sole. E' femmina, nonostante fossimo tutti convinti del contrario. Dopo un iniziale sconcerto, ci siamo già buttati nel toto nomi.
M. ama i nomi di una volta e quelli presi dai fiori, a conferma dell'idea che l' uomo ha immancabilmente delle femmine: creature dolci, fragili, delicate. Non è così ovviamente, e io dovrei esserne la conferma, ma questo modo di vedere non credo lo abbandonerà mai, persino dopo avermi visto partorire.
Io, invece, sebbene all'inizio della mia lunga storia di maternità desiderata preferissi una bambina, piano piano ho immaginato che avrei avuto un maschio. Ora l'idea di una creaturina apparentemente più fragile mi spaventa un po'. So che dovrà fare più fatica di un maschio per un sacco di aspetti della vita e ho intenzione di darle, oltre all'amore, anche autonomia di pensiero e libertà di parola e azione. Vorrei che si percepisse non tanto come essere femminile(quello viene da sè), ma come persona, e che sapesse che davanti a lei c'è un mare di possibilità e di scelte, senza obblighi di genere.

Intanto, l'autunno ha già varcato le porte dell'anno; manca solo il freddo, ma senz'altro non tarderà ad arrivare. Mi chiedo già se sarò in grado di passare la mia maternità invernale con energia, coraggio e spirito d'iniziativa, senza farmi prendere dall'inedia. Se riuscirò a mettere in pratica i miei propositi: cucire un paio di fasce, lenzuola e vestiti, un paio di pupazzi; scrivere un racconto al giorno, uscire spesso a fare passeggiate sul mare e nel bosco, pioggia e neve permettendo. Cercare di non abbandonare l'orto, almeno fino alle prossime semine.
Vedremo. Quando le domande sono troppe, la cosa migliore da fare è semplicemente vivere il presente con ottimismo. E un pizzico di energia.

domenica 6 ottobre 2013

ridere

Quando sei piccolo impari a ridere e poi ridi, ridi il più possibile, finchè qualche adulto non ti comincia a dire che ridi troppo. La mia maestra ce lo ripeteva sempre: il riso abbonda sulle labbra degli stolti.
Eppure è così bella la risata dei bambini: cristallo in gocce allo stato più puro. 
Noi adulti, grazie ad altri adulti un tempo, ci siamo irrigiditi, ingrugniti, innervositi. Ridiamo poco.
E il riso comincia dal sorriso, una predisposizione alla felicità che nasce da dentro, prima ancora di venire fuori come espressione.
Quando, a scuola, parlo con le colleghe, magari a ricreazione, e rido con loro, di solito con la coda dell'occhio mi accorgo che c'è qualche bambino che mi guarda con espressione estatica. E' come se, sollevati, pensassero :"allora sono umane, le maestre!" Per non parlare di quando rido con loro e, in un momento di nonsense, succede qualcosa che fa scappare a tutti una fragorosa risata.
Ridere con gli altri è il modo di ridere che preferisco. Si crea un'energia fortissima che unisce all'istante. Ridere insieme unisce molto meglio che piangere insieme.
Basta cedere le resistenze e rilassarsi.

Il marito perfetto

Il marito perfetto? Io non ce l'ho.
Quello alla svedese, per intenderci, ma anche un po' alla canadese, all'italiana moderna, alla anni duemila e rotti. 
Quello che lavora fuori ma part-time, mai distratto, che rifà i letti, cambia i pannolini, gioca coi bambini, prepara da mangiare, butta la spazzatura e ha voglia di chiacchierare, la sera. Che "vede" il lavoro, quando c'è, e si mette in moto all'istante. Un multitasking contemporaneo.
Come dicevo, non ce l'ho. Il mio lava i piatti a giorni alterni e il fine settimana cucina. Quando la casa sta per esplodere mette un po' a posto; ultimamente, visto l'incintamento, taglia l'erba, mi aiuta a portare la spesa e magari ritira la roba o stende, ma il suo lavoro domestico finisce qui. 
Ok. Lo so. Lavora 40 ore a settimana e io invece meno di trenta, ma se ci metto le due ore di viaggio per andare a scuola, il tempo per correggere e preparare le lezioni a quaranta ci arriviamo quasi, dai.
Mio marito non fa solo questo, comunque. Lascia le luci accese quando esce, il freezer o il frigo aperti, la spazzatura col coperchio spalancato, i calzini sporchi in giro, i peli della barba nel lavandino; spesso non tira la catena (e non perchè è ecologista) e, se lo lascio tre giorni a casa da solo, è capace di far venire la muffa rapida sui muri perchè non apre nemmeno una volta finestre o persiane. Qualche volta, presa dallo sconforto, gli chiedo come faremo, una volta che qui dentro ci sarà un bambino in carne e ossa e io non sarò più così efficiente e lui mi risponde che farà quello che ci sarà da fare.
Appare quasi convincente, in questi momenti.
L'altro ieri sono tornata a casa dal lavoro dopo aver passato una notte fuorni casa e lui mi annuncia con un messaggio che mi voleva far trovare un regalino. Faccio il giro della casa cercando questo regalino e trovo qualche asciugamano piegato in camera da letto (metà del bucato che aspettava di essere sistemato), la spazzatura chiusa, con tanto di codice a barre sul sacchetto, ma dimenticata nel secchio(e facendo il compost noi la possiamo buttare solo una mattina a settimana...) e il letto fatto, ma un po' storto.
La notte, dormendo nel letto rifatto da lui, mi sono accorta che non c'erano coperte nè dai piedi nè dal mio lato, e sono rimasta scoperta tutto il tempo.
Sono puntigliosa? Ho la mania del faccio-bene-solo-io? La sindrome del controllo? Può darsi, ma resta il fatto che lui aiuta poco in casa, e si crede di fare molto.
In effetti ci sono altre cose che fa e che non ho annoverato nell'elenco iniziale. 
Mi bacia tanto. Mi abbraccia sempre. Mi prende in braccio. Raramente dice di no quando gli chiedo qualcosa. Mi guarda ancora come i primi tempi. Mi sostiene (fatta eccezione per idee un po' troppo...ehm...radicali). Mi fa sentire libera, apprezzata e amata. Spesso mi tiene la mano quando dorme e mi sussurra parole d'amore nel sonno.
Con queste premesse, se la coperta è storta e mi scopro la notte perchè ha fatto male il letto che importanza ha?
Anche perchè, alla fine, mi sa che il marito perfetto non esiste.