giovedì 2 settembre 2021

Un saluto


Il 21 marzo, alla fine dell'inverno di quest'anno, la Pippi ci ha lasciati. Aveva quindici anni, abbiamo scoperto dai nostri vicini che l'hanno vista nascere, e noi credevamo ne avesse tredici.

Un tumore alla vescica. problemi di tiroide. Insufficienza renale, chissà.

Io ho iniziato a piangerla già almeno un mese prima, quando l'ho saputo. Non posso però dire che sia stato uno shock improvviso. Avevo cominciato a guardarla, in questi ultimi anni, e a pensare che non sarebbe stata con noi per sempre, così me la godevo. 

Non è stato così per Agata. Lei con la Pippi ha sempre avuto un rapporto da sorella gelosa e ha sempre negato la malattia e l'arrivo della morte e il suo addio le ha provocato rabbia e negazione. Ha iniziato solo un mese fa ad elaborare il lutto. Di lei ha voluto conservare un gioco che aveva voluto comprarle, e che è ancora lì, sul davanzale della finestra del salotto, il posto preferito della Pippi, dove stava soprattutto quando eravamo fuori, come se da lì potesse osservare il momento del nostro arrivo.

Ci sarebbero tante cose da dire e da raccontare, ma correrei il rischio non voluto di perdermi in dettagli troppo poco importanti. Così finalmente mi decido a fare quello che non sono riuscita a fare, il suo elogio funebre. Lo meritava, e noi siamo tenuti a ricordarla. Glielo dobbiamo.


Cara Pippi, ti ho voluto bene. Ti abbiamo amato tantissimo. Io dicevo che eri la reincarnazione di mio nonno, M. non ha mai amato un animale come ha amato te e Agata, beh, l'abbiamo già detto.

Sei arrivata nelle nostre vite piano piano, e ci hai scelto, mi hai scelto, in uno dei momenti più delicati della mia vita. Io non ti volevo, non volevo responsabilità, nè affezionarmi. Ho cercato di mandarti via, te ne ho fatte di tutti i colori per evitare di legarmi a te, ma niente. Tu sei rimasta. Ti sei fatta carico dei nostri momenti difficili, delle nostre malattie. Sei stata onnipresente nella nostra esistenza e nella mia gravidanza, e hai sofferto fino a quasi allontanarti quando è nata Agata, ma hai imparato a volerle bene e a fartene volere. Ricordo tante cose di te. odori, suoni, sensazioni tattili che spero non mi abbandonino mai.

Ogni volta che mi trovavi seduta mi salivi in braccio, non importa cosa stessi facendo, e ti accoccolavi. Sbavavi sui maglioni, mentre "puppavi", e poi puzzava tutto.

Avevi una zona un po' spelacchiata davanti alle orecchie, dove i peli crescevano pochi e ispidi. Ogni tanto ti toglievo il cerume dalle orecchie, ne avevi una con e una senza. Anche il muso era diviso a metà: sotto un occhio avevi il contorno nero, come ti fossi truccata.

Ricordo ancora. 

Il tuo naso rosa e secco. L'odore dei tuoi polpastrelli che mi piaceva così tanto. Il tuo miagolio sgraziato. Il rumore dei tuoi passi nei galoppi notturni in corridoio.

Detestavi restare sola. La notte, qualche volta, piangevi in cucina come in preda al panico, e solo quando ti sentivi chiamare ti calmavi e arrivavi nel letto.

Ti piaceva infilarti sotto le coperte a tradimento, fare gli agguati sul letto, dormire sulle nostre pance, salire sul tavolo e sul frigorifero.

Sapevi parlare, e non ci credeva nessuno.

A volte per sentirti più parte della famiglia mangiavi con noi. Hai mangiato il minestrone e anche le mandorle tostate.

Avevi un alito terribile.

Ti piaceva più la compagnia degli umani che degli altri gatti e forse è stato il motivo che ti ha spinto a lasciare la tua prima casa e a venire a stare da noi.

Ogni volta che uscivo di casa e andavo nell'orto mi seguivi come un cagnolino e galoppavi letteralmente. Eri felice.

Hai ucciso, per noi, un pettirosso, un ratto e tramortito un serpente.

Quando stavi per andartene ti sei allontanata piano piano, per non disturbare, a poi ci hai salutato tutti. Lo hai fatto davvero.

Nelle ultime sere passate insieme venivi in braccio mentre leggevo la storia ad agata e lei, così gelosa del suo momento, ti faceva stare. Sei andata persino a salutare i tuoi ex padroni. Sei salita in braccio a tutti noi, per congedarti nel modo migliore.

 Ti abbiamo amato tanto, e ci manchi continuamente. So che la mancanza diminuirà, e che si trasformerà in ricordo amaro, e poi in ricordo piacevole. Ma nei nostri cuori non sei mai morta, perchè hai fatto parte (e ne fai ancora) della nostra famiglia.

Spero di rincontrarti, un giorno.

Grazie.






lunedì 2 settembre 2019

vecchi amici

Due anni. Guarda caso, di nuovo a settembre.
L'estate non è sempre una vacanza quando si è da soli a fare tutto, neanche per una che, come me, ha due mesi di ferie.
O forse sono io. Complicata, arzigogolata, poco easy, per niente fluida. Il risultato però è lo stesso. Io arrivo a settembre ridotta come un calzino appallottolato.

Questa è la mia ancora, il mio salvagente. Quando le cose si fanno difficili, quando mi sento affogare o il mio corpo e la mia mente gridano aiuto, riesco in genere a trovare un modo per uscirne, o almeno ci provo.E la scrittura è il mio soccorso. Un modo per esternare, per mettere ordine nei pensieri. Per renderli concreti, palpabili. Per giocarci e prendere le cose più alla leggera o, al contrario, dare loro il peso che meritano. Per avere una buona scusa per stare sola con me stessa, un momento di pace e coccola. La mia terapia.
Ogni volta che cerco il mio salvagente vorrei che questo mio rapporto, che dura da quando ho iniziato a scrivere, diventasse regolare, se non proprio quotidiano. Forse, penso, non mi ritroverei periodicamente a boccheggiare.
Non so.
So soltanto che questi cinque minuti scarsi di primo mattino, in cui ho deciso di strisciare giù dal letto mentre tutti dormivano, è già un regalo, e io mi sento un pochino meglio, come dopo una chiacchierata con un vecchio amico.

giovedì 7 settembre 2017

La via comoda

L'altro giorno, mentre passeggiavo nella via dove ho vissuto con i miei genitori per tanti (forse troppi) anni, mi è venuta in mente un'immagine: io, in autunno, raggomitolata sul divano con la coperta addosso, a mangiare porcherie e guardare tv spazzatura, tipo Amici, tanto per dire.
Premetto che Amici non l'ho mai guardato in vita mia, forse l'hanno fatto mia madre e mia suocera, ma quell'immagine aveva un che di caldamente, profondamente rassicurante. Affogarsi negli zuccheri e nei grassi saturi, isolati dal mondo, in assuefazione alimentare e avulsi dalla realtà grazie ad un programma del genere apparentemente rende la vita più mielosa, dolce, confortevole. Ti senti protetto, al sicuro. Niente ti può toccare e non sei minimamente interessato a quello che succede intorno a te.
Non so perchè, ma a quell'immagine, per un attimo, mi è venuta l'acquolina in bocca.
La mia vita e la mie scelte, se viste dalle persone che mi ruotano intorno, sono costellate di rigidità e rinunce (forse un po' incoerenti, a tratti, ma pur sempre tali). Prima dei trent'anni sono diventata vegetariana, poi ho tolto il glutine per degli esami sballati e ora, per problemi di salute e non solo, persino i latticini e lo zucchero. Mi diletto in cucina vegana e crudista, yeah.
Vivo in una casa scomoda, in cima a una salita, in campagna, e la casa sarà pure naif ma tutt'altro che in ordine e ben ristrutturata. Non mi compro mai vestiti, sono spesso sola e senza aiuti, non mi piace - per ovvi motivi - mangiar fuori, mi ancoro facilmente a ritmi da pensionata, tipo andare a letto presto la sera.
Non parliamo delle scelte fatte per mia figlia, uno scandalo sociale. Pannolini lavabili, niente carne neanche per lei, allattamento a termine, fascia al posto del passeggino. E altre scelte ben più radicali.
Eppure, giuste o sbagliate, belle o brutte che siano, queste sono scelte dettate dalla consapevolezza. Forse cambierà, si evolverà, si rincagnerà su se stessa, mi si ritorcerà contro, ma è la mia consapevolezza. Quella che ti viene quando  spegni la tv e cominci a guardare. Respirare, guardare, ascoltare. Te stesso, il tuo respiro, il mondo e l'umanità che ti circonda, e quello che c'è dietro.
A quel punto ritornare sotto le coperte al calduccio è una tentazione, ma ormai hai visto, hai ascoltato. Ti ci infili, ma non riesci a rilassarti. Ormai non puoi più. 
E allora che fai? Scegli, tuo malgrado - ma poi provi un senso di pace e completezza - la via scomoda.
Quella fatta di marmellate con poco o senza zucchero, pane integrale invece del pane bianco, fagioli invece della bistecca. Occhiatacce, commenti sgradevoli, sguardi di sufficienza. Piaci un po' meno, e per me è stato un problema.
Ma piaci di più a te stesso.
Ogni tanto, lo ammetto, chiudo gli occhi e ricordo, come fosse un sogno, quella vita là. Avevo l'impressione di sentirmi protetta, ma non lo ero. Mangiavo quello che mi propinavano, ma non vedevo cosa c'era. facevo quello che facevano tutti, ma non sapevo perchè. 
Adesso sotto le coperte mi ci metto ancora.
 La tv, quella coi canali, non la guardo più, ma vedo film e cartoni con la mia bambina e con mio marito, oppure sola. Sono sempre comoda, accoccolata sul mio divano arancione, ma un po' più vigile.
 La via comoda la lascio agli altri, io ormai sono sveglia. E, nonostante le apparenze, felice.

martedì 15 agosto 2017

Ho cominciato a piegarmi le mutande

Sì. Perchè, negli ultimi due anni, nel momento della raccolta del bucato e del suo smistamento (sì, perchè di stirare, camicie a parte, non se ne parla, figuriamoci in estate), ho sempre fatto così: piega accurata dei boxer di mio marito, piega delle mutande di mia figlia, sistemazione nei cassetti. I miei slip? Ma chissene, cacciamoli nel cassetto così come sono.
Oggi, nell'esercizio della massaia-zen quasi consapevole, mi sono detta: ma perchè proprio le mie devono essere cacciate? E ho iniziato a piegarle.
E' un buon segno. Segno di cura per me, oltre che per gli altri componenti della mia famiglia. Era ora.
Da oggi, facciamo domani, metterò più spesso gli orecchini, mi passerò il filo interdentale con regolarità, mi darò sovente la crema idratante.
W me!

lunedì 25 aprile 2016

due anni

Due anni. questo ci vuole per tornare del tutto in sè, dopo la nascita di un bambino. Un anno per rimettersi in sesto fisicamente e psicologicamente, due per tornare più o meno "intere". Un pezzettino di quello che ero se n'è andato, uno enorme è stato guadagnato. Impossibile fare paragoni con la vita di prima. Quel che è certo è che ora che Agata ha compiuto due anni sento tornare desideri ed energie per qualcosa di "altro" da lei, in cui magari anche coinvolgerla, ma che siano davvero per me. Mia figlia resta il centro attorno a cui tutto ruota, ma da questo centro partono adesso satelliti motivazionali di diverso genere, e il centro non può che arricchirsene. 
Dopo due anni, ho di nuovo non più il rimpianto e il semplice languore, ma un moto di interesse per l'orto. Uno per la scrittura, di cui ho strenuamente bisogno, e poi chissà cos'altro arriverà e chissà cosa tornerà. 
bentornata a me. :-)

mercoledì 30 luglio 2014

il cordone

Sono arrivata all'ospedale dopo essermi informata dei danni conseguenti al taglio precoce del cordone ombelicale e con un foglio con su scritto che avrei voluto che aspettassero almeno che smettesse di pulsare. Il foglio è rimasto nel borsone perchè siamo arrivati a pelo e quando è nata Agata l'infermiera gliel'ha tagliato immediatamente e al mio cenno di aspettare ha fatto segno di non capire perchè. In realtà M. ha provato a dire no, ma in quel momento sembrava che io avessi un'emorragia e avevo capito che aspettare a tagliare l'avrebbe peggiorata, così ho lasciato fare (tanto l'avrebbero fatto comunque). Ci sono cose che non ho potuto controllare, nonostante l'avessi scritte nel foglio del parto. E' la conseguenza di partorire in ospedale: quando ti affidi ad una struttura sanitaria, il prezzo da pagare per una presunta sicurezza è il mancato controllo di ciò che sta avvenendo. Il tuo corpo non è solo tuo.
Pazienza, ho pensato. Agata avrà tutto il tempo di recuperare e l'alimentazione bilanciata che abbiamo a casa non le permetterà di perdere troppo ferro una volta svezzata.
Solo che il taglio precoce del cordone ha agito su di me in modo profondo. Le prime settimane in cui siamo state a casa avrei avuto bisogno di lasciarla andare gradatamente, secondo i miei e i suoi tempi, ma non è stato sempre possibile. Troppe visite, parenti, gente. Avrei voluto stare in isolamento noi tre per un po', ma mia suocera il giorno delle dimissioni si è precipitata a casa nostra ed ha passato un'ora sul nostro lettone, dove io stavo allattando, guardandoci tutto il tempo e facendo commenti persino sul mio seno. 
Ormai quel cordone mentale ha cominciato da tempo - come è giusto che sia- a sfilacciarsi, ma devo ancora superare quell'invasione di campo che, mi spiace dirlo, solo M. avrebbe potuto - e dovuto- arginare.

martedì 29 luglio 2014

Io e Agata



Quasi tre mesi e mezzo, ed ecco che ritorno.
Troppe cose, sensazioni, emozioni. Tornerò piano piano, poco a poco.
Per adesso mi basta essere tornata, senza dire niente.