Finalmente è sabato. Ieri siamo ritornati a vedere la casa sulla collina con un geometra che ci ha detto chiaramente che, se non fosse per i costi di demolizione, si farebbe prima a buttarla giù e rifarla da capo. Forse proveremo a fare un'offerta ridicola, che però corrisponde al valore della casa, e aspetteremo.
La casa non è solo un bene immobile, una garanzia, un investimento. Per me è sempre stato un rifugio, uno specchio dell'anima. Sono capace di incapponirmi sulla scelta dei minimi dettagli e poi lasciare la mia abitazione nell'assoluta entropia per una settimana, però avere il tempo per dedicarmi alla pulizia e al suo carattere accogliente mi gratifica e mi dà l'impressione di dedicarmi al mio benessere, oltre che al suo aspetto. Il gesto di eliminare l'inutile e il vecchio, ad esempio, è una mia recentissima scoperta: fino a qualche anno fa non riuscivo a staccarmi dalle cose che avessero anche un minimo, insignificante ricordo: biglietti di anonimi viaggi aerei, quaderni con riassunti di libri fatti all'università, sorprese delle uova di pasqua mai usate, diari di scuola. Andando via da casa dei miei ho apprezzato l'atto di liberarmene, anche se la mia vecchia stanza è diventata un mausoleo.
La casa può anche diventare una trappola, e quando non se ne può uscire per impedimenti di salute o atmosferici eccezionali si diventa insofferenti. Tuttavia, nonostante i disagi che ne possono derivare, sono per la nascita e la morte in casa, quando è possibile.
Da bambina sognavo di andare a vivere in uno di quei ruderi che si trovano sulle colline sopra Genova, a contatto con la natura; oggi i miei desideri non sono poi così diversi. Per ora mi accontento di innaffiare i bulbi che ho piantato l'altro ieri, disseminati per tutta la casa, e aspettare che qualcosa cresca.
Qui o altrove.